Pubblichiamo un racconto che abbiamo ricevuto da Nicola Ricchitelli. Nasce da una buona idea ed è sicuramente pregevole. Una rifinitura migliore lo avrebbe reso ottimo ma resta sicuramente godibile anche così.
Un caldo pomeriggio di Agosto; ero nella mia stanzetta; il caldo mi aveva fatto sudare già Sette camicie…mi misi a pensare come potevo ingannare il tempo; tante cose mi passarono per la testa, ma poi usci fuori al balcone, e la macchina di mio padre parcheggiata giù mi invitò a scendere, e a metterla in moto.
Era da molto che non facevo un giro da solo, io e lei. Misi in moto quella vecchia Renault, un giro per le vie del paese; Baruli, non è molto grande; saranno si è no 40.000 abitanti, ma comunque c’è da divertirsi. Infatti il Sabato sera, avviene una sorta di moto migratorio da parte dei giovani dei paesi vicini.
..non seppe mai dire che sensazione la prese
Sentì il suo corpo svanire, le braccia eran ali rapprese..
(F.Guccini)
Gli alberi a stento facevano vedere il cielo, intrecciati e folti, e per terra un cuscino di foglie morte morbido, dove i piedi affondavano dolcemente. Camminavo seguendo la strada tracciata da qualche animale da poco, quel sentiero mi avrebbe portato in cima, a vedere il sole, e quella vetta appuntita, il passo di montagna aperto da due rocce imponenti. Io continuavo a camminare, cercando di concentrarmi sul rumore del vento, che stava portando delle grosse nuvole cariche di pioggia. Mi dovevo muovere, perché altrimenti non ce l’avrei fatta a scendere a valle. Avevo scelto quel percorso, che mi avrebbe impegnato per qualche ora, perchè era il più difficile. Una vecchia rivista di escursionismo lo faceva apparire quasi magico, con delle fotografie di grosse radici di alberi annodate fuori dal terreno e quelle rocce coperte di muschio che, con un gioco di ombre, sembrava fossero anziani volti di pietra.
Cominciò una sera di Febbraio. Le strade, stanche di un lungo inverno, accolsero la mia piccola auto, mentre percorrevo ancora una volta la breve via verso il nulla. Era ancora molto freddo, alcuni passanti infreddoliti osservavano annoiati il tranquillo via vai del traffico, mentre la notte avvolgeva gelida il piccolo paese nel quale vivevo da pochi anni. Alla mia destra, il mare triste e desolato aspettava ancora i giorni in cui le sue acque avrebbero accolto centinaia di corpi divertiti. Era già arrivato il fine settimana e, come spesso accadeva in quei giorni, riflettevo sullo scorrere veloce del tempo. La mia percezione era, in effetti, cambiata negli anni, come se dopo il liceo ci fosse stata una brusca accelerazione che rendeva i giorni brevi ma tristi. Gli anni della scuola, ai quali ripensavo a volte con affetto e malinconia, sembravano non finire mai, stretto tra il desiderio di crescere e l’incontenibile voglia di leggerezza; oggi il rimpianto sembra essere l’unico sentimento al quale aggrapparsi. L’inutilità dei gesti, ripetuti in eterno, sembrava aver abbattuto ogni velleità di rivolta di un ragazzo che, a vent’otto anni, non aveva più aspirazioni, sogni, illusioni. Io, che fino a poco tempo prima ero stato un sognatore tra i sognatori. Passato. Ora il mio presente ricordava una notte senza stelle. Amicizie smarrite in un bivio oscuro, amori mai esistiti, sogni infranti. Nemmeno il divertimento della notte, che fino a pochi mesi prima mi aveva fatto sentire almeno vivo, faceva ancora parte della mia vita.
Un forte vento scompigliava la cima della casa alimentando un flusso ininterrotto di foglie che si andavano a posare sul giardino.
Henver guardava incuriosito pensando che un vento così l’aveva osservato quando suo padre scendeva dalla montagna e si recava in città a salutare il fratello.
Baci, abbracci e salamelecchi.
Lui approfittava:nonostante il sonno accettava di alzarsi alle quattro di mattina.
Dopo una colazione a base di formaggio s’infilava nel carretto e continuava a dormire aggrappato ad una esile coperta. Nel dormiveglia pensava e non capiva perché il padre fosse così parsimonioso con i figli e invece magnanimo con i parenti.
Lui, ad esempio, sgobbava nei campi, da mane a sera,ma si doveva accontentare di una misera scodella di fagioli.
La luce dell’alba aveva poi il potere di sciogliere queste immagini contorte.
Si svegliava e conversava a monosillabi con il padre.
Il buio e l'abbraccio, un racconto di Claudio Fiorilla
“Ennesima morte sulla strada: un camion diretto a Pescara sull’A14 perde il controllo e si scontra nell’altra corsia con una macchina, in cui viaggiava una famiglia d’origine rumena: hanno perso la vita i due figli di otto e quindici anni. I genitori hanno deciso di donare i loro organi per consentire ad altre persone di continuare a vivere: questo sicuramente fa onore ai due genitori e scaccia dalle nostre menti l’idea dei rumeni rapinatori e assass…”.
Il tempo viene spezzato dal ticchettio
delle ore di un orologio.
Trasmigrazione di menti eccellenti,
mentre i potenti della terra fanno
scempio delle fatiche e sudori
della povera gente
che soffre.
Ma quando è che il buon DIO
mette un poco di ordine
in questo mondo?
Quando è che l’arroganza,l’opportunismo,
il menefreghismo finiranno?
Quando è che capiremo che siamo
tutti fratelli e sorelle e
facciamo parte dello stesso mondo?
Le uniche difficoltà potranno essere
la lontananza,il colore della pelle,
il modo di vivere.
Cose che con pazienza,impegno
e collaborazione si potranno risolvere.
Quando avremo capito tutto questo
allora potremo dire di appartenere al
mondo, all’umanità.
Cerchiamo di non degradare il pianeta
più di quello che già è.
Inoltre ricordiamo sempre che il tempo
e le ore, sono cose preziose da
custodire, perché una volta perse
non si possono più
recuperare.